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La futura politica agricola. Preoccupazioni e opportunità? Ne parliamo con il Prof. Casati

Ott 24, 2022 | Apertis Verbis, Novità

Gentilissimo Prof. Casati, 

ben lieti di poter scambiare qualche parola con Lei. La leggiamo e l’ascoltiamo sempre molto volentieri nei suoi puntuali interventi. 

Tralasciamo il momento davvero peculiare e mi vorrei concentrare sulla nuova Pac. A parer nostro l’impresa agricola non rimane centrale rispetto al progetto stesso. Concorda? 
“Devo ammettere che condivido questa sensazione e aggiungo che si rafforza considerando che questo è proprio il momento che imporrebbe di adottare con urgenza una revisione delle politiche e delle conseguenti strategie. L’impresa agricola in tutta l’area europea ha perso, nel tempo, il suo ruolo fondamentale di elemento base del sistema agricolo, un ruolo articolato e complesso che si ritrova nell’unitarietà dell’impresa inserita nel sistema agricolo/alimentare. È impresa, con tutto ciò che significa l’esserlo e agisce in agricoltura. I due concetti vanno tenuti uniti e non possono essere disgiunti, perché altrimenti il sistema si disfa e perde la sua natura. Invece questo è ciò che avviene quando, come si va facendo da anni, ci si inventano nuove funzioni che la snaturano dimenticando la sua funzione base: produrre alimenti per un’umanità che non può farne a meno, nel modo più corretto ed avanzato possibile, con costi unitari decrescenti e con redditi competitivi con quelli degli altri settori. La sua è un’attività produttiva, non hobbistica o didattica o del tempo libero. Tutto qui”. 

Penna rossa e blu: avendo la possibilità di correggere quella alle porte, cosa casserebbe e cosa aggiungerebbe? 
Penso che dobbiamo restituire all’impresa agricola le caratteristiche implicite nella sua natura di ‘impresa fra le imprese’, ma con le caratteristiche di operare nel contesto agricolo. Riconoscendole la libertà d’impresa che è tipica del concetto di impresa, in questo come in tutti i settori. Semplificando le regole che oggi la sovrastano limitandone la libertà imprenditoriale e liberandola dall’opprimente pressione delle mode ambientali, alimentari, …”.

Dando una sommaria scorsa alle politiche agricole che si sono succedute che giudizio possiamo dare e soprattutto, in un ipotetico bilancio, quali risultati leggiamo? Sono stati sufficienti e confortanti? 
“Nonostante le critiche del ‘poi’, la vecchia Pac ha funzionato, anche troppo bene. Doveva fornire alimenti all’Europa degli anni ’60 che era carente di cibo e garantire la crescita del reddito agricolo. Il risultato è stato raggiunto, ma con un costo crescente e con la formazione di eccedenze. In senso positivo ha stimolato la ristrutturazione del settore ed una maggiore competitività. La consapevolezza del limite della Pac ha indotto ad impostare diversamente il sostegno all’agricoltura e qui sono emerse le nuove tendenze che hanno fatto della Politica agricola, verde per eccellenza, il bersaglio dei verdi di ogni tipo. Il resto è mesta cronaca sino ad un dirompente fatto nuovo: la dimostrata capacità dell’agricoltura di reggere il fardello dell’alimentazione nel periodo del Covid. Questa è stata la prima, vera dimostrazione di resilienza. Le emergenze attuali, unite all’esperienza del periodo del Covid, mostrano che bisogna ripensare la Pac in modo radicalmente diverso da quello usato per la riforma che ci attende dal 2023, non a caso rinviata. Occorre coraggio e senso della realtà per farlo, ma non sarà facile”. 

Possibile che l’imprenditore agricolo sia condizionato oltre che dalle leggi di mercato anche da sentori e considerazioni “popolari” che sono spesso troppo spesso influenzati da eventi esterni poco razionali e marcatamente emotivi? Insomma, immaginabile che la colpa di ogni evento nefasto del clima sia sempre opera dell’uomo e degli agricoltori? 
“Forse sarebbe meglio chiedersi perché chi formula la politica agricola sia talmente influenzato dalle variabili emotive smosse da un’opinione pubblica che ha perso il contatto con l’agricoltura, ma il discorso ci porterebbe lontano. Purtroppo il mondo agricolo soffre di un’enorme difficoltà a comunicare una realtà tutto sommato semplice. La comunicazione rimane chiusa in un ambito ristretto e che non riesce ad arrivare all’opinione pubblica e la politica, non solo in questo caso come sappiamo bene, abdica alla sua funzione di guida per badare ad un orizzonte temporale che è quello dei sondaggi, con i risultati di uno scollamento disastroso dalla realtà”.

Viviamo in un contesto ove tutto va ad una velocità elevatissima. Ha senso definire una Politica agricola che in molti casi è oggettivamente superata ancor prima che inizi il primo anno di applicazione?
“Sicuramente la risposta è negativa. Non ha senso, ma i riti e i tempi delle decisioni di politica agraria sono lentissimi, manca totalmente un meccanismo di reazione alle emergenze e agli imprevisti che renda elastica la Pac. E, dal canto suo, l’agricoltura dati i suoi tempi e ritmi di reazione ne avrebbe un bisogno disperato. Decisioni rapide e reazioni immediate per consentire di adeguarsi, ma non si riesce a farlo, basti pensare ai pasticci e alle lentezze della politica energetica”.

Una stalla che chiude non riapre. Un territorio che si abbandona non vedrà più appassionati agricoltori che si prendevano cura di lui. Una visione sbiadita di una parte della nostra agricoltura? Non sempre i bilanci possono dettar legge. 
“Perfettamente d’accordo, con l’aggiunta che spesso questo abbandono è favorito dalle assurde visioni pseudoscientifiche e falsobucoliche che vanno di moda. I bilanci in questo senso incidono poco, anche perché il peso politico dell’agricoltura è basso per poterli modificare”.

Siamo sempre stati ben rappresentati in Europa? Servirebbe più unità d’intenti a livello nazionale? Il ruolo delle regioni aiuta?
“Nell’Ue l’agricoltura italiana e comunitaria è stata rappresentata poco e male. Per l’Italia ciò è un fatto generalizzato a tutte le politiche dell’Ue. Per altri Paesi lo è meno. Servirebbe certamente più unità di intenti, ma soprattutto che una buona volta capissimo che voler trattare con gli altri per difendere superiori interessi italiani non è tradire l’ideale europeo, ma consolidarne la realizzazione e la prospettiva. Sul ruolo delle Regioni c’è poco da dire, purtroppo la regionalizzazione ha raddoppiato tempi, modi, vizi e ritardi della burocrazia centrale, ma non dico niente di nuovo”.

I nostri prodotti vengono apprezzati e soprattutto pagati per quello che sta a monte?
“Questa domanda meriterebbe un’attenta riflessione e apre un collegamento con altre questioni. Ogni prodotto viene pagato e apprezzato per il valore che acquista con la sua produzione. Il costo in sé non può essere la sola guida delle scelte. È il prodotto che deve riuscire ad affermarsi e a guadagnare rimunerazione. L’esempio è chiaro: gran parte del pregiato Made in Italy che esportiamo deriva dalla trasformazione di materia prima nazionale ed importata, un prodotto trasformato di altissima qualità e pregio. Basti pensare alla pasta, all’olio d’oliva ed ai caseari che ci vedono importatori netti di materia prima ed esportatori netti di alimenti, con il vantaggio che il valore aggiunto rimane in Italia e la materia prima nazionale ne risulta valorizzata”.

Ha senso ancora avere delle normative decisamente diverse per paesi nostri confinanti e che forse prestano meno attenzione di noi alle produzioni di qualità?
“Il problema è minore di quello che sembra. In Europa ormai fra Paesi Ue e altri facenti parte dello Spazio comune europeo, come la Svizzera, vi è armonizzazione. Il problema nasce con le importazioni da Paesi Terzi che riescono a ‘filtrare’ nonostante ogni regola, ma allora siamo nel campo della truffa”. 

Certo limitare le produzioni per poi andare a fare spesa in Europa e non solo è atteggiamento poco nazionale? Altri paesi lo farebbero? 
“Mi sembra di avere in parte implicitamente risposto in precedenza. Certamente la questione non è così semplice, tutto sta nel riuscire a valorizzare entrambe le origini della materia prima e nel consentire di coltivare come fanno tutti i nostri partner senza gli astrusi vincoli del sistema italiano che hanno provocato un calo di rendimenti produttivi e quindi costi unitari crescenti per tutte le principali materie prime agricole”. 

Tempo scaduto. Ci dobbiamo fermare qui. Davvero grati dell’attenzione e del tempo che ci ha dedicato.

Il Direttore
Gianluca Cavicchioli

 

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